Foto di Marco Ganassin

In pochi minuti, tra le 22.42 e le 22.46 di mercoledì 9 ottobre 1963, quasi duemila persone persero la vita tra Longarone, Castellavazzo ed Erto-Casso, travolte da circa 300 milioni di metri cubi d’acqua che, sollevatisi dal bacino artificiale della diga del Vajont, piombarono con forza distruttiva lungo la valle. La tragedia, tra i più gravi disastri nella storia italiana del Novecento, segnò non soltanto una ferita profonda nella geografia e nella coscienza del Paese, ma pose anche interrogativi irrisolti sulla responsabilità umana e sull’equilibrio precario tra natura e intervento antropico su di essa.

A oltre quarant’anni di distanza, il Comune di Longarone e le associazioni dei superstiti commissionano a Franco Fiabane un monumento per la nuova area cimiteriale di Fortogna, luogo cardine della memoria collettiva legata al tragico episodio. Con la sua opera, Fiabane intendeva onorare non solo le vittime del Vajont, ma anche coloro che vissero il trauma – parimenti traumatico – della sopravvivenza: i soccorritori che ebbero il compito di ricomporre i corpi, i bambini mai nati a causa del disastro, gli emigranti che, tornando a casa, non trovarono più nessuno ad attenderli.

L’artista concepisce un insieme scultoreo composto da più gruppi figurativi, realizzati in marmo bianco di Carrara, disposti su di un’unica lastra in Pietra Medea color grigio caldo, in allusione alla terra del Longaronese trafitta dalla ferita della tragedia. Le figure, seppur isolate nei rispettivi gruppi, dialogano tra loro in un silenzioso legame compositivo, attraverso posture complementari e linee di sguardo convergenti, come se fossero partecipi di una stessa preghiera muta. Scriveva Fiabane in una nota autografa, in merito all’opera:

«Ho realizzato un bozzetto in terra cruda e legno dove ho posto i tre temi disposti su di un sedime perfettamente piano, una base quadra di 5 x 4,5m. Le composizioni hanno uno sviluppo prevalentemente verticale, tali da poter essere lette individualmente nella loro unicità, accentuando anche le distanze tra loro. Il filo conduttore che accomuna le figure è la grande piana che rappresenta la terra madre dopo la violenza dell’acqua, dritta e pulita. Solo uno squarcio di verde determina la speranza dell’uomo a ricostruirsi un futuro».

Nel gruppo dedicato ai superstiti, l’abbraccio tra una giovane emigrata e un familiare rimasto in patria si fa testimone di dolorosa rassegnazione e duplice sradicamento, geografico e interiore: si tratta non di un ritorno felice ma di un ritorno senza casa, uno scambio tra vite egualmente spezzate. Nel gruppo dei soccorritori, le figure si raccolgono invece attorno al corpo inerte di un giovane. Il richiamo alla Pietà cristiana è qui manifesto, ma filtrato da un linguaggio laico, profondamente umano. Il terzo gruppo, il più caro all’artista, è dedicato ai bambini mai nati a causa della tragedia. In quest’insieme slanciato, figure materne gittanti da un pilastro centrale sollevano i loro figli al cielo, quasi a consegnarli alla luce che non hanno potuto conoscere, sollevandosi finalmente dal dolore. Scriveva ancora l’artista durante la loro realizzazione:

«Immagino questi bambini sorretti dalle loro madri che, orgogliose, li mostrano al mondo. Vorrei collocarli più in alto possibile, vicino alle nuvole, più vicini alla luce che non hanno visto e avuto prima e farli giocare per sempre come tutti i bambini del mondo».

L’impianto formale, come in molte opere dell’artista, si fonda su una sintesi tra classico e contemporaneo: in un’alternanza tra basso, medio, alto rilievo, o tutto tondo, il trattamento del marmo rifugge una finitura patinata per abbracciare una superficie viva, capace di restituisce emozioni attraverso la tensione interna delle forme. I corpi sono solidi e umani, attraversati da una compostezza tragica che riecheggia la scultura sacra del Rinascimento e, allo stesso tempo, la monumentalità essenziale della grande scultura pubblica del Novecento.

Fiabane lavora sull’intensità emotiva dei soggetti senza mai cadere nel pathos retorico. Ogni gruppo si fa espressione di un sentimento assoluto — dolore, pietà, consolazione, speranza — con un’economia di mezzi che rivela la profondità della sua ricerca plastica. La scelta del marmo bianco, lo stesso dei cippi che elencano i nomi delle vittime nel cimitero di Fortogna, stabilisce inoltre un’ulteriore e simbolica continuità tra l’opera e il luogo.

La composizione si apre al visitatore come uno spazio di sacralità immersiva, un piccolo tempio laico calato nel silenzio del paesaggio alpino, dove ogni individuo possa sostare, ricordare, interrogarsi. Su tutto, campeggia la frase che accoglie i visitatori all’ingresso del cimitero: “Prima il fragore dell’onda, poi il silenzio della morte; mai l’oblio della memoria.”

Targa – Memoriale

Monumento ai superstiti, ai soccorritori, ai bambini mai nati
Fortogna, Longarone

Autore
Franco Fiabane

Materiale
Marmo bianco di Carrara, pietra Medea

Anno di datazione
2005

Località
32013 Longarone – Cimitero di Fortogna

Dove trovare l’opera

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Scheda Tecnica

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Materiali di archivio

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